Rapporto (ex) segreto
Così il Pakistan prepara il secondo regno dei talebani
“Non posso nemmeno pisciare contro un albero nel Kunar senza che i pachistani lo sappiano. Sanno tutto. Sono in controllo di tutto. I talebani non sono islam: sono Islamabad”. L’uomo di al Qaida si lamenta del controllo troppo stretto e soffocante esercitato dai suoi sponsor nei servizi segreti di Islamabad, che controllano le tante forze anti Isaf e anti governo in Afghanistan – compreso il Kunar, che è una valle impraticabile appena oltre il confine.

“Non posso nemmeno pisciare contro un albero nel Kunar senza che i pachistani lo sappiano. Sanno tutto. Sono in controllo di tutto. I talebani non sono islam: sono Islamabad”. L’uomo di al Qaida si lamenta del controllo troppo stretto e soffocante esercitato dai suoi sponsor nei servizi segreti di Islamabad, che controllano le tante forze anti Isaf e anti governo in Afghanistan – compreso il Kunar, che è una valle impraticabile appena oltre il confine. Fa parte di una raccolta segretata di dichiarazioni ottenute di recente da 4.000 prigionieri di guerra della Nato, esaminata a gennaio nella base militare di Bagram e ora arrivata al Times di Londra e alla Bbc.
I due media britannici scelgono di mettere in evidenza quello che considerano il punto scandaloso, e quindi la complicità ben dimostrata tra i servizi segreti pachistani, comandati dall’establishment militare, e gli estremisti afghani. Notizia vecchia, e sui titoli sono fioccati commenti sarcastici. La novità è piuttosto un’altra: l’impressione che si ricava leggendo le confessioni è che i prigionieri talebani sono ormai certi che “non appena Isaf si leverà di mezzo, la vittoria sarà inevitabile”, per usare un passaggio essenziale del rapporto. Tanto che sia Islamabad sia la stessa Nato per tutta la giornata di ieri hanno cercato di ridimensionare la rilevanza del report.
Eccone altri, sulla stessa linea. “Nell’ultimo anno c’è stata una tendenza senza precedenti, anche da parte del governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan, a unirsi alla causa dei ribelli. I civili afghani spesso preferiscono essere amministrati dai talebani piuttosto che dal governo, per colpa della corruzione, dei pregiudizi etnici (l’Afghanistan è diviso tra i pashtun filo talebani e tutti gli altri) e l’assenza di relazioni con i capi religiosi e tribali. L’efficienza dell’amministrazione talebana porta a un tasso di reclutamento più alto che di conseguenza permette loro di rimpiazzare le perdite”. “A differenza degli anni passati, i detenuti sono diventati più sicuri, non soltanto nel loro potenziale di vittoria, ma anche nella giustezza della loro causa”. Chissà cosa devono avere pensato gli ufficiali Isaf nella base di Bagram, a leggere che anche nel governo di Kabul stanno passando alla causa talebana.
Un altro passaggio segna la morte della grandiosa strategia approvata nel 2009 dal presidente americano, Barack Obama, che contava di vincere i cuori e le menti degli afghani anche grazie alla presenza prima del generale Stanley McChrystal, ora finito dietro a una cattedra a Yale, e poi di David H. Petraeus, oggi alla scrivania di direttore della Cia a Langley: “Detenuti da tutto l’Afghanistan sostengono che l’appoggio della gente in termini di reclutamento e di donazioni nell’ultimo anno è cresciuto”.
L’idea ricorrente nei prigionieri è che la guerra ha una data di scadenza, il 2014, e di conseguenza è sufficiente aspettare che i soldati occidentali lascino il campo secondo il calendario annunciato, perché poi si potrà trattare con un governo di Kabul che sarà solo e più morbido. Nel frattempo, le perdite non importano più di tanto: “I leader dei talebani le hanno messe in conto. Comandanti e combattenti sono rimpiazzati facilmente, con un impatto minimo sulle operazioni. Dopo aver eliminato un comandante, Isaf spesso si concentra su altre zone e su altri bersagli. Questo tipo di caccia all’uomo può rimuovere singoli comandanti dal campo di battaglia, ma ha un effetto di solito trascurabile sulle operazioni dei talebani nel loro insieme”.
Il rapporto è ricco di dettagli interessanti. “I servizi segreti del Pakistan conoscono la posizione di tutti i capi talebani e li manipolano senza resistenze. Il clan Haqqani, per esempio, risiede immediatamente a ovest dell’ufficio dell’intelligence della pista aerea di Miram Shah” (il clan Haqqani è la fazione più violenta e meglio organizzata, Miram Shah è una piccola cittadina nelle aree tribali spesso presa di mira dai droni americani). “I comandanti talebani di alto livello, come Nasiruddin Haqqani, hanno casa vicino ai quartier generali dell’Isi nella capitale Islamabad”. “La maggior parte dei fondi arriva da donazioni chieste porta a porta in Pakistan, alla luce del sole”. E c’è un passaggio che contraddice gli sforzi dell’Amministrazione americana di dividere nel discorso pubblico i talebani afghani dagli “stranieri” di al Qaida: “A dispetto degli annunci, non c’è mai stata una separazione formale”.
I due media britannici scelgono di mettere in evidenza quello che considerano il punto scandaloso, e quindi la complicità ben dimostrata tra i servizi segreti pachistani, comandati dall’establishment militare, e gli estremisti afghani. Notizia vecchia, e sui titoli sono fioccati commenti sarcastici. La novità è piuttosto un’altra: l’impressione che si ricava leggendo le confessioni è che i prigionieri talebani sono ormai certi che “non appena Isaf si leverà di mezzo, la vittoria sarà inevitabile”, per usare un passaggio essenziale del rapporto. Tanto che sia Islamabad sia la stessa Nato per tutta la giornata di ieri hanno cercato di ridimensionare la rilevanza del report.
Eccone altri, sulla stessa linea. “Nell’ultimo anno c’è stata una tendenza senza precedenti, anche da parte del governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan, a unirsi alla causa dei ribelli. I civili afghani spesso preferiscono essere amministrati dai talebani piuttosto che dal governo, per colpa della corruzione, dei pregiudizi etnici (l’Afghanistan è diviso tra i pashtun filo talebani e tutti gli altri) e l’assenza di relazioni con i capi religiosi e tribali. L’efficienza dell’amministrazione talebana porta a un tasso di reclutamento più alto che di conseguenza permette loro di rimpiazzare le perdite”. “A differenza degli anni passati, i detenuti sono diventati più sicuri, non soltanto nel loro potenziale di vittoria, ma anche nella giustezza della loro causa”. Chissà cosa devono avere pensato gli ufficiali Isaf nella base di Bagram, a leggere che anche nel governo di Kabul stanno passando alla causa talebana.
Un altro passaggio segna la morte della grandiosa strategia approvata nel 2009 dal presidente americano, Barack Obama, che contava di vincere i cuori e le menti degli afghani anche grazie alla presenza prima del generale Stanley McChrystal, ora finito dietro a una cattedra a Yale, e poi di David H. Petraeus, oggi alla scrivania di direttore della Cia a Langley: “Detenuti da tutto l’Afghanistan sostengono che l’appoggio della gente in termini di reclutamento e di donazioni nell’ultimo anno è cresciuto”.
L’idea ricorrente nei prigionieri è che la guerra ha una data di scadenza, il 2014, e di conseguenza è sufficiente aspettare che i soldati occidentali lascino il campo secondo il calendario annunciato, perché poi si potrà trattare con un governo di Kabul che sarà solo e più morbido. Nel frattempo, le perdite non importano più di tanto: “I leader dei talebani le hanno messe in conto. Comandanti e combattenti sono rimpiazzati facilmente, con un impatto minimo sulle operazioni. Dopo aver eliminato un comandante, Isaf spesso si concentra su altre zone e su altri bersagli. Questo tipo di caccia all’uomo può rimuovere singoli comandanti dal campo di battaglia, ma ha un effetto di solito trascurabile sulle operazioni dei talebani nel loro insieme”.
Il rapporto è ricco di dettagli interessanti. “I servizi segreti del Pakistan conoscono la posizione di tutti i capi talebani e li manipolano senza resistenze. Il clan Haqqani, per esempio, risiede immediatamente a ovest dell’ufficio dell’intelligence della pista aerea di Miram Shah” (il clan Haqqani è la fazione più violenta e meglio organizzata, Miram Shah è una piccola cittadina nelle aree tribali spesso presa di mira dai droni americani). “I comandanti talebani di alto livello, come Nasiruddin Haqqani, hanno casa vicino ai quartier generali dell’Isi nella capitale Islamabad”. “La maggior parte dei fondi arriva da donazioni chieste porta a porta in Pakistan, alla luce del sole”. E c’è un passaggio che contraddice gli sforzi dell’Amministrazione americana di dividere nel discorso pubblico i talebani afghani dagli “stranieri” di al Qaida: “A dispetto degli annunci, non c’è mai stata una separazione formale”.